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Ettore Mo

VIAGGIATORI NELLA STORIA

Sessantasette anni fa nasceva a Borgomanero Ettore Mo, ma poi spinto da uno spirito di cosmopolitismo viaggiò da Venezia a Milano, da Jersey a Parigi, da Amburgo a Londra, migliorando il suo spirito d'adattamento, aumentando la sua cultura e potenziando la sua versatilità, fornendo così una solida base a quello che poi diventerà un cronista di guerra o come lui ama definirsi un giornalista da strada. Con un curriculum vitae in cui spiccavano i lavori di cameriere, bibliotecario, infermiere e insegnante di francese (senza alcun titolo), si presentò a Piero Ottone, corrispondente londinese del Corriere della Sera, per ottenere un posto come giornalista. Così iniziava la sua carriera, composta da una lunga e dura gavetta fatta in punta di piedi, fino al primo incarico come inviato speciale nel 1979. Franco Di Bella, direttore del Corriere in quel periodo, decide di provare l'ottima penna di Mo e lo manda nel turbine della rivoluzione di Teheran in Iran. Ora Ettore Mo un giornalista di successo, insignito dell' Hemingway e del Saint Vincent , solo per citare due dei tanti premi a lui conferiti, scrive un libro: "Sporche Guerre", un distillato di vent' anni di puro giornalismo, che con occhio attento e scrupoloso ci racconta realtà alle quali ormai la televisione ci ha educato, ma con in più quell' introspezione dolorosa ma genuina di persone ogni giorno sempre più provate da sporche guerre. La sua indole giovanile da viaggiatore lo aiuta nel girovagare per i vari Paesi in cui si consumano sanguinose guerriglie, così va dall' Afganistan al Tibet, dall'ex Jugoslavia alla Cecenia , dal Kazakistan a Timor orientale. Ma qual è quella forza che spinge un uomo come Mo a rischiare la vita in sperduti angoli del globo? Cosa gli impedisce di restare nella sua città con isuoi affetti, conducendo una vita "normale"? E' quella voglia di conoscere la verità, quell' esigenza di nuove cose da scoprire e da imparare, quell' innata curiosità che alcuni definirebbero "complesso d'Ulisse. E proprio per questa esigenza che Mo fa sue massime come quella di Egisto Corradi , in cui "il vero giornalismo si fa con la suola delle scarpe" o di Robert Capa in cui "non esistono foto belle o brutte, ma solo foto prese da lontano e foto prese da vicino". Da ciò nasce il bisogno di toccare con mano le guerre, avvicinandosi il più possibile, e se è il caso anche travestendosi da mujaiddin o facendo le montagne afgane interamente a piedi. Ciò che rende gli articoli e il libro di Ettore Mo importanti pagine di storia contemporanea non è tanto l'argomento esposto, quanto la sua trattazione: ovvero la veridicità con cui ci vengono narrati episodi di vita reale. In un'epoca, la nostra, nella quale ormai regnano reti telematiche e comunicazioni virtuali, ciò che ci regala Ettore Mo sono sfumature che solo l'occhio di un altro uomo può cogliere e non l'obiettivo di una telecamera; uno stile apparentemente scarno descrive attimi altrimenti irripetibili che colpiscono la nostra sensibilità ormai impoverita da violente immagini; con poche parole, l'autore ci dipinge l'autopsia di una realtà ormai morta che si dimena negli occhi di un bambino privo d'arti e speranza, disteso su un letto d'ospedale che paga il duro prezzo di una mina anti-uomo, creata da un circolo vizioso in cui violenza chiama povertà e viceversa. Dopo una serie di vere, dolorose, agghiaccianti testimonianze, Ettore Mo chiude il suo libro con l'incontro con Madre Teresa di Calcutta, con cui la nera notte del dolore viene squarciata da un lampo di amore e speranza, alimentato dai semi che uomini e donne come la piccola suora hanno seminato e semineranno. Ora ognuno di noi si guardi dentro e provi ad immaginare quanto dolore, quanta paura e quante atrocità subiscono altri esseri umani nel mondo; ed ora provi ad evitarlo.

Da www.lafarina.it/ettoremo.htm

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