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Estas Bien?

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Estas Bien ? (Viaggio in Peru' )
di Stafano B.




Cuzco

Cuzco , zona centrale del Perù , a ridosso della cordigliera delle Ande: la temperatura è mite durante il giorno e poca pioggia cade nella stagione secca, ma le corte giornate fanno sparire il sole, la temperatura fa presto a scendere ed a farci ricordare che siamo a 3300 metri di altezza in pieno inverno.

Questa è considerata la zona archeologica più importante dell'intero Sud America: si narra che il primo re inca Manco Capac arrivato in questa zona conficcò una verga nel terreno e questa scomparve; quel punto rappresentava appunto il qosq' , ovvero ‘l'ombelico del mondo' , per tutto l'impero Inca .

La Cuzco dei giorni nostri è un'altra cosa, come ci si può aspettare: per la popolazione dei campesinos che vivono nelle pampas attorno alla città, essa tuttavia sembra non essersi ancora svestita dei panni di ‘ombelico del mondo' , attirando una moltitudine di gente (soprattutto bambine) ed illudendola di trovare attività più dignitose.

Le bambine che abbandonano la campagna trovano spesso sistemazione come “ trabajadores del hogar ” , lavoratrici domestiche presso famiglie più o meno abbienti, che offrono in cambio vitto e alloggio tutt'altro che dignitosi.

Questa fu la premessa con cui ci accolse Vittoria, in Perù da più di 20 anni, che fondò la comunità del CAITH per offrire un'assistenza alle bambine lavoratrici che affollano la città.

Sulla soglia dei 70 anni, un pacchetto di sigarette sempre in mano quasi ad essere diventato un tutt'uno ormai indispensabile, i capelli bianchissimi e le rughe (che sembrano scolpite da uno dei tanti maestri peruviani che lavorano l'argilla) sono la testimonianza dell'impegno, la dedizione e la fatica profusi a questo che senza esagerare possiamo definirlo il suo piccolo impero.

Ad un primo sguardo il simbolo della comunità altro non sembra che una pianta con attorno alcune bambine, ma con un'occhiata più attenta non si fatica a riconoscere nel bianco fogliame, negli occhiali scompostamente posati sul tronco e nella sigaretta fumante, le sembianze di Vittoria che raccoglie simbolicamente sotto la sua protezione le bambine.

“Quando arrivai qui pensai di dovermi occupare di questioni sindacali, ma poi mi accorsi che invece i problemi erano altri. Queste bambine (anche di 4 o 5 anni) arrivano dalla campagna illudendosi che la vita in città sia migliore, ma la realtà invece è fatta di torture e maltrattamenti fisici, anche psicologici. Arrivano a odiare i genitori spinte dalle famiglie per cui prestano servizio, fino a non ricordarsi più di loro ed a non sapere nemmeno da dove sono arrivate. Qui le chiamano “bambine invisibili” e tra loro si chiamano le “ figlie del vento” . Il CAITH offre loro un po' di affetto familiare e un'occasione di incontrare qualcuno con cui parlare e divertirsi: per lungo tempo non hanno mai avuto occasione di scambiare due parole con la famiglia che non fosse “hai fatto questo o quest'altro”, nemmeno un semplice “ estas bien ?”, stai bene ?.

Cerchiamo di trasmettere anche una cultura del lavoro che altrimenti non potrebbero mai avere, per ottenere dalle famiglie migliori condizioni di lavoro ed anche un giusto salario per le prestazioni svolte, e di valorizzarle per farle sentire importanti, per cambiare la mentalità ricorrente da queste parti di avere poca stima di se e di doversi sempre sentire sottomesse agli altri”.

Un lavoro quello di Vittoria lungo e difficile, un sacrificio che ha dato i suoi risultati e di cui ne è giustamente orgogliosa (“il CAITH potrebbe continuare con le sue gambe anche senza di me”).

Continua Vittoria: “Il Perù è una terra affascinante: per il turista offre paesaggi, musica, cultura dei popoli inca , ma non trascurate la gente e le loro tradizioni popolari e religiose. Quando arrivai avevo un cultura marxista e positivista derivati dagli studi universitari di matematica e dall'impegno a sinistra nel sindacato, ma qui mi sono resa conto di come la gente non possa fare a meno di fondamenta religiose e mi ricorderò sempre il caso di una ragazza madre di 12 anni, che per tutta la gravidanza ripeteva di non volere il bambino. Quando nacque e tornò dall'ospedale le dicemmo che era il caso di muoversi per trovare una sistemazione al bambino, ma lei rispose di no – i miei occhi lo hanno visto, il mio seno lo ha allattato, il mio cuore già soffre – “.



Lima

Lima, Perù . E' tarda mattina ormai, ma il sole stenta a farsi vedere. D'inverno è una regola che la capitale e i suoi dintorni siano avvolti da una leggera foschia, la garùa , che permane anche per più giorni di seguito; nemmeno il vicino Oceano Pacifico alza una brezza per farla dissolvere e per mostrarci finalmente il sole. Dobbiamo prendere un taxi per raggiungere la missione dei frati Comboniani : a Lima come nelle altre città peruviane non ci sono autobus di linea, tram o metropolitane, ma una moltitudine di taxi, piccoli o grandi, che fanno da linea di trasporto urbana. Per fortuna non dobbiamo attendere molto il suo arrivo: non hanno un colore particolare che li contraddistingue, ma certamente non si fatica a riconoscerli: ogni persona, turista o no, che cammina è un potenziale cliente e nulla costa al tassista accostare e con gesto della mano chiedere se abbiamo bisogno di un passaggio, invitandoci gentilmente a salire.

Dalla Plaza de Armas , il centro di Lima, ci vogliono solamente 15 minuti per raggiungere la missione, sufficienti per renderci conto di quanto sia estremamente rumorosa, affollata ed inquinata. Pagato il tassita ci avviciniamo e suoniamo al citofono che riporta il nome della missione dei frati comboniani . Entriamo e poco dopo ci accoglie Don Giuseppe Mizzotti , che qui ormai conosco come Padre Joseph , nativo di Crema, da circa trent'anni a Lima. E' lui che ci racconta della trasformazione della città quando accenniamo alla profonda diversità che abbiamo incontrato attraversandola. “Non è difficile notare il passaggio dal fascino coloniale dei palazzi e chiese eredità della fondazione spagnola, alle fabbriche dimesse e alle baracche di quella che parecchi anni fa era considerata la periferia industriale di Lima.

Una moltitudine di gente molto povera, specialmente dagli altipiani, si spinge in città nella speranza che un lavoro offra una vita migliore e maggiori opportunità per i figli. I nostri parrocchiani per esempio, vivono per la maggior parte in queste fabbriche dimesse di cui vi dicevo o in baracche in legno. Il comune concede loro lo spazio, ma poi si devono arrangiare a sistemarle. Potete immaginare in quali condizioni igieniche precarie vivono, senza luce e acqua corrente. Molti finiscono per fare i venditori in giro per la città, ora hanno creato un grande mercato dove concentrare tutti gli ambulanti che prima si aggiravano per il centro. Non è una zona tranquilla, ma prima tutti ci conoscevano e non ci toccavano, ora con i nuovi arrivi anche noi corriamo qualche pericolo”.

Dopo aver sorseggiato un caffè, usciamo per una passeggiata nei dintorni e Don Giuseppe ci parla della attività svolta dai frati: “I nostri parrocchiani sono circa 40000. Principalmente offriamo loro un supporto spirituale e biblico, oltre alla formazione di laici che dalle pampas (la campagna intorno a Lima) vengono da noi per istruirsi alla parola di Dio per poi diffonderla nei loro villaggi. Dobbiamo cercare di adeguare la parola di Dio alla cultura dei campesinos , far aumentare in loro quella poca stima e considerazione che hanno di se.

Nella nostra realtà, come in tutto il Sud America non possiamo ignorare l'aspetto sociale, per cui offriamo anche assistenza medica di primo soccorso, curiamo la preparazione scolastica dei ragazzi offrendo loro una biblioteca e corsi di alfabetizzazione informatica, e non possiamo certo trascurare i più poveri che faticano anche a trovar da mangiare. Abbiamo allestito una mensa dove alcuni volontari ci aiutano a preparare dei pranzi che distribuiamo ad un po' di famiglie”.

Mentre Don Giuseppe discorre, passeggiamo per strade talvolta non asfaltate, rifiuti sparsi qua e la, ferri del cemento armato che spuntano dai piani di case mai completate e che in uno sguardo di insieme sembrano tante gabbie. “Ai volontari che vengono da noi chiediamo sempre un mese di prova per rendersi conto della realtà e per decidere poi se proseguire o meno. L'attività non è delle più semplici, non c'e' quasi mai riposo, le Domeniche non esistono. Sono attività che mettono a dura prova la pazienza e la mente. Lo facciamo perché anche il volontario si renda conto di ciò a cui andrà in contro. Noi dovremmo tornare a casa ogni tre anni, ma generalmente ci torniamo ogni due, perché non resistiamo”.

Tornati poi nella missione, riprende a parlare degli anni più difficili ”dall'85 al 93 circa, ed erano gli anni di Sendero Luminoso, che arrivava a minacciare anche noi missionari. Avevamo i telefoni sotto controllo ed allora ci parlavamo in codice, per noi matrimonio voleva dire che una donna era stata minacciata, mentre i compleanni erano le riunioni dei missionari della zona”

Resteremmo molto volentieri a sentir parlare Don Giuseppe, ma per noi ormai è il momento di rientrare. Lo ringraziamo dei racconti e della giornata passata con lui che ci ha permesso di conoscere un altro volto della città, forse il vero volto, quello che ad uno sguardo superficiale nemmeno immagineresti.



Puno – Lago Titicaca

Il tragitto da Arequipa a Puno , sul lago Titicaca , è di poche centinaia di chilometri, ma bisogna passare da quota 2300 metri a 3800 metri attraverso un passo a 4500 metri; nel continente europeo quelle altezze rappresentano la sommità delle più alte vette delle Alpi, mentre in Perù vi si trovano le pampas (pianure) ai piedi delle Ande, la catena montuosa che percorre, dalla Colombia al Cile, la parte occidentale del Continente Sudamericano. Attraversiamo vastissime lande desolate, incrociamo pochi villaggi e qualche allevamento di lama e alpaca, principale fonte di approvvigionamento di lana per la lavorazione e produzione da parte degli indios (anche se il termine è considerato alla stregua di un insulto, preferiscono essere chiamati indigeni).

Per sopperire alla minore presenza di ossigeno è d'uso da queste parti masticare delle foglie di coca, anche se per ora non ne sentiamo gli effetti.

A 3800 metri, il lago Titicaca è il più alto lago navigabile al mondo; siamo in pieno inverno peruviano, che corrisponde alla nostra estate, ma è anche la stagione secca. La temperatura verso sera puo' raggiunge gli zero gradi ed il cielo coperto porta facilmente la neve.

Raggiungiamo la comunità di Unocolla , situata nei dintorni di Puno ; lasciata la modernità della città, è come tuffarci indietro in un passato non molto lontano dai racconti di vita nelle cascine dei nostri nonni. Solamente un aereo che vola a bassa quota in atterraggio nel vicino aeroporto ci fa tornare per un attimo con la mente ai nostri giorni. La comunità ci accoglie con danze e balli, “ornandoci” con stelle filanti colorate ed un gruppo di suonatori ci accompagna con i loro strumenti tipici, le zampogne o flauti di pan. In Unocolla si lavora e realizzano manufatti in lana di alpaca o lama: maglioni, sciarpe, cappelli, guanti.

Quando le danze sono terminate, le signore si raccolgono tutte intorno: alcune espongono i loro prodotti mentre altre ci danno una dimostrazione della loro esperienza e abilità nel lavorare la lana.



Unocolla è una delle tante comunità che lavora per Minka , società non governativa con sede a Lima. Minka si occupa principalmente di raccoglie tutte le produzioni artigianali (che comprendono anche ocarine e collane in argilla), per controllarne la qualità e distribuirle alle varie associazioni del commercio equo-solidale . Si occupa anche di fornire dei corsi di formazione per migliorare la tecnica e soprattutto per il settore vestiario, di fornire modelli per il disegno dei maglioni.

Ma compito ancora più importante e quello di valorizzare il lavoro nelle varie comunità, di accrescere l'autostima e di stabilire un giusto prezzo per il lavoro svolto. Tutte cose che la povertà e l'ignoranza non permettono alle comunità di auto gestire. Il turismo responsabile, negli obiettivi di Minka , dovrebbe contribuire a sviluppare la crescita personale e culturale di queste comunità che viceversa hanno ben poche occasioni di confrontarsi con il turista.

Noi abbiamo passato un'intera giornata con la comunità, condividendone i momenti della cena e della nottata. Ci fa un po' suggestione essere riuniti in cerchio a mangiare mentre il resto della comunità resta ad osservarci: per la loro cultura questo vuol dire accompagnarci nel desinare e solo al termine verrà il loro turno. A nulla valgono le nostre richieste di sedersi con noi.

Al termine del pranzo, il capo della comunità ci accompagna a visitare i villaggi vicini con i depositi di lana e ci illustra i vari luoghi di provenienza. Per noi è anche un'occasione per meglio conoscere il villaggio, di passeggiare per le strade non asfaltate, incrociando ragazzi che, dotati di biciclette, fanno la spola per portare i fratelli più piccoli a casa dopo la scuola, e furgoni che ci costringono a spostarci spesso nei campi per evitare la polvere da loro sollevata.

Torniamo alla comunità dove ormai è quasi buio, ci prepariamo per la notte sistemando il nostro letto (una stuoia di paglia con un materassino); siamo un po' preoccupati per il freddo della notte, ma una serie di coperte molto pesanti e calde si riveleranno sufficienti. Anche durante la cena si ripete il rituale dell'accompagnamento degli sguardi degli abitanti.

Sono le 7 ed ormai è già buio. Da lontano scorgiamo qualcosa che sembra essere la luce proveniente della città, ma stranamente sta crescendo di intensità ed in poco tempo si svela invece essere la luna che a queste altitudine ci appare molto grande.

Ormai è ora di coricarci, un telo di plastica è stato steso per separare la zona notte da quella che a breve si rivelerà essere una vera e propria balera. Una piccola radio diffonde della musica andina che ci coinvolgerà in balli, con la degustazione di un liquore che contribuirà a migliorare le nostre esibizioni.

E poi tutti a nanna, domani il viaggio riprende. Si dice che il mattino ha l'oro in bocca, ma questa volta la colazione non è degna dei pranzi del giorno prima. Una veloce offerta alla PachaMama (tradizionale rituale di offrire alla terra cibo e bevande prima di mangiare per ringraziarla del raccolto) e, con gli stomaci un po' vuoti e dopo una rinfrescata al pozzo, rimettiamo le nostre valige sul tetto e risaliamo sul nostro bus. Il viaggio riprende, destinazione Cusco l'ex capitale dell'impero Inca . Il portone della comunità si richiude dietro di noi, il tuffo nel passato è terminato, ma le immagini della giornata trascorsa difficilmente riusciremo a cancellarle dalla nostra memoria.


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